Il Chilometro Zero: sai di cosa si tratta?

  • Admin
  • 06/05/2019


Hai mai sentito parlare di prodotti a Chilometro Zero o di spesa a Chilometro Zero? In questa pagina ti riassumeremo il significato di “Chilometro Zero”, anche detto “chilometro utile”, spesso indicato anche con le diciture “km zero” o “km 0”. Sicuramente avrai sentito parlare di Chilometro Zero anche in altri ambiti e forse proprio ora che ti ci stiamo facendo pensare, ti sarai ricordato che anche in ambito automobilistico troviamo la stessa locuzione in riferimento ad auto a km 0. Capirai che l’agricoltura ha preso spunto proprio da una strategia di vendita applicata dall’industria automobilista per creare il suo concetto di km 0, adattandolo però alle proprie esigenze e alle proprie politiche ambientali. Scoprirai quindi il significato di km 0 in agricoltura, i vantaggi che hanno i prodotti a km 0 e come poter fare la spesa a km 0.

 

Origine del nome

La locuzione “a chilometro zero” trova la sua origine nell’industria automobilistica in riferimento a una particolare categoria di automobili, cioè quei mezzi che i concessionari si autoimmatricolano e vendono ai clienti ad un prezzo ridotto del 20-25% rispetto a quello di mercato. Formalmente, un’auto appartenente a questa categoria ha percorso, dal momento in cui è stata prodotta a quando è stata venduta, 0 km, praticamente nessuno. In realtà i km percorsi dall’auto non sono mai esattamente pari a zero, ma non superano mai i 100, quindi si tratta di un’auto che ha percorso solo piccoli spostamenti e comunque di numero limitato. Questo comporta un vantaggio sia per il concessionario sia per l’acquirente. Il concessionario, nonostante debba comprare molte più auto di quante non riesca effettivamente a venderne, riesce ad avere sconti e agevolazioni dalle case produttrici di automobili proprio in funzione del numero dei pezzi acquistati. L’acquirente, a sua volta, ha la possibilità di comprare un’auto praticamente nuova ma al prezzo di un’auto usata.

 

Il “km 0” in agricoltura

Nelle grandi città ormai è rimasto quasi solo un ricordo di come si faceva la spesa fino a pochissimo tempo fa, prima dell’arrivo delle grandi distribuzioni o degli ipermercati. Si faceva più o meno come ancora oggi si fa nei piccoli borghi e nei piccoli paesi, specie del sud Italia. La spesa veniva da tanti negozietti diversi: dal fruttivendolo in fondo alla strada, dal macellaio di fiducia, dall’alimentari sotto casa. Non c’era avanzo e non c’era spreco: il fruttivendolo aveva la quantità di frutta e verdura che sapeva di poter vendere in giornata, il panettiere sfornava la quantità di pane giusta a soddisfare le esigenze del quartiere, le arance si mangiavano a dicembre, le fragole in primavera e le pesche in estate, il latte era sempre fresco, i formaggi seguivano la stessa rotazione delle stagioni e delle condizioni dell’erba dei prati e in pescheria si trovava quello che la giornata di lavoro in mare era riuscita a produrre.

Immaginate ora di entrare in un ipermercato. A dicembre, accanto alle fragole, prettamente fuori stagione, si trovano anche frutti esotici; dal macellaio si può trovare carne proveniente da allevamenti del sul Italia accanto a tagli di carne tipici del settentrione; per comprare biscotti, yogurt e pasta non c’è bisogno di cambiare negozio e, accanto alla confezione con la dicitura “pasta artigianale” si trova il riso basmati e nel banco frigo è molto probabile trovare accanto sushi e salmone norvegese; i formaggi esposti raccontano tradizioni di paesi molto lontani tra loro e soddisfano tutti i gusti; probabilmente ci sarà anche un reparto-pescheria che offrirà pesce proveniente da tutti i mari del mondo e, credeteci, sono abbastanza.

Cosa significa tutto questo? Che si perde sicuramente la stagionalità dei prodotti (e, portare le fragole in tavola in inverno ha del surreale quasi come la neve ad agosto!) e che alcuni prodotti hanno dovuto viaggiare davvero tanto per poter arrivare su quello scaffale dell’ipermercato. È stato stimato che i prodotti di un pasto medio italiano hanno viaggiato per oltre 1900 km, dato davvero assurdo se si pensa al dispendio economico e all’inquinamento ambientale che c’è dietro.

Per fare qualche esempio: l’Italia è una delle nazioni leader per la produzione di mele, eppure importa mele provenienti dalla Cina a 1800 km di distanza; allo stesso modo, di grano italiano se ne produce in grandissima quantità e di ottima qualità, ma si importa grano canadese che percorre 6727 km prima di arrivare da noi; lo stesso discorso vale per gli asparagi coltivati in Perù (10.000 km) e i kiwi nella Nuova Zelanda (18600 km).  Ovviamente la distribuzione commerciale crea ricchezza, inoltre come si permette all’olio italiano di apparire nei supermercati dall’altra parte del mondo (fatto che ci rende anche orgogliosi della nostra nazione e dei nostri prodotti), lo si deve permettere ad ogni tipo di produzione, e in più non tutte le zone del pianeta sono in grado di soddisfare i fabbisogni della loro popolazione sotto tutti gli aspetti.

Nonostante tutti questi punti, su cui bisogna ragionare ma non è questa la sede giusta (o finiremmo per discostarci troppo dal nostro argomento), vediamo tutti i vantaggi che offre la spesa a Chilometro Zero.

Abbiamo capito quindi che la filosofia del km 0 prevede che l’area di produzione degli alimenti deve coincidere o quasi con i luoghi di distribuzione. La locuzione “Chilometro Zero” per i prodotti agroalimentari iniziò ad essere utilizzata tra il 2004 e il 2007, quando si cercava di dare attenzione agli acquisti ecosostenibili a livello ambientale. La dicitura “Chilometro Zero” si riferisce ai km che un prodotto deve percorrere per raggiungere il consumatore: zero, appunto, o quasi zero. Ricordate il discorso che abbiamo fatto per le automobili? Eccolo qui che ricompare: i prodotti agroalimentari a km 0, in controtendenza con la globalizzazione, per essere tali non possono “viaggiare” per una di una distanza maggiore ai 70 km, dal luogo dove sono stati prodotti al luogo in cui vengono consumati.


Quali sono i vantaggi di questa filosofia agricola?

  • Sicuramente si ha un abbattimento dei costi: l’assenza di intermediari tra produttori e consumatori, i mancati costi di spedizione e di carburante permettono una riduzione del prezzo di almeno il 30%.
  • I prodotti commercializzati sono sempre locali, freschi e con la garanzia dell’applicazione delle leggi italiane ed europee in merito al controllo di qualità.
  • Spesso facendo la spesa a km 0 si ha la possibilità di conoscere personalmente il produttore, di entrare nella sua azienda, recuperare il gusto autentico e tradizionale dei cibi e anche il rapporto col proprio territorio e con la terra.
  • C’è un maggiore rispetto dell’ambiente. Secondo l’ACI, in Italia l’85% del trasporto di merci avviene su strada con autocarri, che significa congestione del traffico, consumo di carburanti, inquinamento acustico e atmosferico e perdita di parte dei prodotti trasportati. Per trasportare arance dalla Spagna all’Italia, ci sono emissioni di CO2, ovvero anidride carbonica, altamente inquinante, nell’atmosfera, pari a 245 kg, mentre per trasportare aglio dal Pakistan ai nostri supermercati si ha un’emissione di CO2 pari a 1185 kg. Chilometro Zero significa guardare all’ambiente e imparare a preservarlo. Riducendo il trasporto di merci su strada si snellisce il traffico e si aumenta anche la sicurezza stradale.
  • Si sostengono e si preservano le realtà locali, le piccole aziende e i piccoli produttori che con amore e dedizione lavorano per offrirci prodotti freschi, genuini, tradizionali e spesso di valore.

Tutto quello che dobbiamo fare è uscire dall’ottica di voler essere consumatori viziati abituati ad avere tutto e sempre, ritrovare il contatto con la terra, con l’ambiente e con il nostro territorio. Attualmente pensare ad una distribuzione del cibo esclusivamente a km 0 è quasi impossibile se non anche ingiusta. L’inquinamento va combattuto come anche la malnutrizione. Resta il fatto, però, che avere un’idea critica di consumo, educarci a scegliere, usare e consumare il cibo, e imparare a tenerci al nostro territorio e al nostro ambiente, sono scelte che ripercuotono i loro effetti positivi sugli agricoltori o, in generale, sui produttori locali, sulla sana filiera alimentare, su noi stessi, sulla nostra alimentazione, sulla nostra salute e sul nostro pianeta, l’unico che abbiamo.

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